Ubuntu 17.10 (Artful Aardvark)

È qualche anno ormai che salto le versioni di Ubuntu non LTS (quelle, con supporto a lungo termine, che vengono rilasciate ogni due anni; la prossima è già programmata per aprile 2018). Tradizionalmente i nuovi rilasci di Ubuntu sono ad aprile e ad ottobre di ogni anno, ma aggiornare il sistema operativo ogni 6 mesi era diventato davvero troppo per me: facevo appena in tempo a sistemare tutti i “glitch” che immancabilmente accompagnano una nuova release e ad abituarmi al nuovo che… era già tempo di cambiare. Quindi, almeno da Ubuntu 12.04, ho utilizzato solo versioni LTS.

Perché sperimentare?

Questa volta ho deciso di fare un’eccezione: invece di fare come al solito, ossia limitarmi a dare un’occhiata alla nuova versione non LTS solo su macchina virtuale, ho installato e provato Ubuntu 17.10 in dual boot con OS X sul mio computer personale (un vecchio, ma tosto, MacBook Pro “Early 2008”), usandolo per qualche giorno come sistema operativo principale. Perché mi sono arrischiato a tanto? Principalmente perché:

  1. sono passati più di 18 mesi dall’ultima LTS, quindi sono già in quella fase in cui la curiosità di provare qualcosa di nuovo rivaleggia con la paura di lasciare il vecchio, ma stabile e collaudato, ambiente;
  2. con questa nuova release Ubuntu fa un passo importante: abbandona il desktop environment proprietario (Unity) per tornare al più universale GNOME. Passaggio davvero epocale che merita di essere vissuto in “tempo reale” nel momento in cui si concretizza;
  3. altro passaggio epocale, che merita di essere studiato a fondo, è il seguente: si passa dal tradizionale server grafico X.Org al nuovo Wayland;
  4. viste le novità in ballo un giro di prova su VirtualBox non sarebbe stato sufficiente. Quando sono coinvolti i driver della scheda grafica una prova sul “real metal” risulta necessaria!

Ecco, quindi, alcune impressioni dopo qualche giorno di utilizzo.

Ritorno a GNOME

Unity non è stato, tutto sommato, un cattivo ambiente di lavoro: razionale, ordinato, efficiente. Purtroppo, però, essendo un progetto portato avanti dalla sola Canonical, aveva uno sviluppo un po’ lento rispetto a quello dei suoi maggiori concorrenti GNOME e KDE: tecnologicamente Unity era rimasto indietro, ancorato al framework GTK+ 2, mentre GNOME e molte applicazioni a contorno avevano già da tempo effettuato lo switch alla libreria GTK+ 3. Canonical si è trovata nella condizione di dover scegliere, per Unity, se continuare a basarsi sulle librerie GTK+ 2, oppure se portare Unity su un framework più moderno (GTK+ 3 o addirittura Qt, come si era rumoreggiato). Nessuna delle due opzioni era però così allettante: rimanere sulle GTK+ 2 avrebbe comportato lo scotto di un framework comunque vecchio, che non avrebbe garantito molte prospettive di sviluppo, e con la necessità di sviluppare in casa molte applicazioni accessorie e almeno alcune parti della stessa libreria GTK+, in modo da rimanere al passo con i tempi. D’altra parte, migrare Unity su un framework completamente nuovo avrebbe comportato un lavoro enorme.

In modo non troppo sorprendente è stata scelta la terza via: abbandonare definitivamente Unity e tornare, con GNOME, alle origini (ricordo che GNOME è stato il desktop environment predefinito di Ubuntu fino alla versione 11.10). Questo, se da un lato vede tramontare definitivamente il sogno di un ambiente unico per desktop, tablet e  smartphone (gli ultimi due già in pieno abbandono da tempo, a dire il vero…) dall’altro consentirà nuovamente a Canonical di usufruire dello sforzo collettivo dell’ampia comunità legata a GNOME (e anche di contribuirvi, anziché no) e quindi c’è da aspettarsi che da qui in avanti Ubuntu tornerà a progredire con i ritmi serrati degli anni migliori.

Dal punto di vista dell’aspetto esteriore, il nuovo desktop si presenta in continuità con le ultime versioni di Unity, avendo mantenuto la stessa impostazione grafica e disposizione degli oggetti (d’altra parte GNOME è stilizzabile a piacimento): barra dei menù fissa in alto per tutte le applicazioni, dock che – di default – sta sul lato sinistro occupando tutta l’altezza dello schermo – in modo da ottimizzare l’uso della superficie sugli schermi attuali, sempre più sviluppati in larghezza – ed ennesima variazione cromatica a cavallo tra arancio e marrone. La differenza più grossa è che l’icona di lancio e ricerca delle applicazioni (quella che su Unity si chiamava “dash”) adesso si trova in basso sul dock e questo, assieme al pulsante Activities in alto a sinistra sulla barra del menù, è anche l’elemento rivelatore che la sessione corrente è una qualche variazione di GNOME 3.

Un fatto estremamente positivo è che il ritorno a GNOME porta con se tutte le innovazioni tecnologiche e anche i piccoli accorgimenti che, nel corso di questi anni, la comunità GNOME aveva messo a punto. Si faccia, ad esempio, un giro su Files (il fu Nautilus) nell’interfaccia che serve per collegarsi alle condivisioni di rete: a me ha piacevolmente stupito trovarvi un gran numero di protocolli diversi (SMB, FTP, WebDAV, etc.) tra cui – cosa che non ricordavo su Ubuntu 16.04 – anche AFP (Apple Filing Protocol, il protocollo di condivisione di rete di Apple). Oppure si apra la nuova, solo per chi proviene da Unity però, applicazione di configurazione del sistema, Settings, alias gnome-control-center. O, ancora, si guardi il nuovo sistema di notifiche integrato con il calendario e il nuovo menù Sistema in alto a destra (qui una introduzione a GNOME 3 e qui una piccola guida per chi proviene da Unity).

Quella di tornare a GNOME pare essere una scelta di lungo periodo, visto anche l’ingresso di Canonical nella GNOME Foundation Advisory Board, e questo fa sperare in un futuro prospero e dinamico per la distribuzione sudafricana.

Wayland sotto il cofano!

Dove stai guardando?? xeyes non può seguire il puntatore sopra una finestra Wayland nativa: vedi qui.

Per quello che c’è sotto il cofano, la novità più importante è senz’altro l’introduzione di Wayland come motore grafico di default al posto di X11. Wayland promette di essere una soluzione molto più leggera e veloce rispetto a X Window, avendo un’architettura interna notevolmente semplificata (infatti integra in un unico soggetto il server grafico e il compositor, dando così pieno diritto di cittadinanza nell’ambiente desktop agli effetti grafici, alle animazioni, etc.) e rinunciando ad alcune caratteristiche di X11 obsolete e/o scarsamente utilizzate nel mondo reale: caratteristiche soppiantate da tecnologie più efficienti – vedi VNC o RDP per il desktop remoto – oppure semplicemente presenti solo per retrocompatibilità – come core fonts.

Siccome Wayland richiede funzionalità specifiche ai driver delle schede video che stanno in kernel space, non è utilizzabile affatto quando queste funzionalità non sono disponibili. Anche se, mano a mano che passa il tempo, sempre più driver sono in grado di supportare Wayland, ci sono tutt’ora eccezioni notevoli, la più significativa delle quali è costituita senz’altro dai driver proprietari Nvidia (anche se pare che nell’ultimissima versione, quindi in tempo per Ubuntu 18.04, le cose siano cambiate). Per tutti quei casi in cui Wayland non è supportato dai driver c’è la possibilità di eseguire come fallback, o anche per scelta dell’utente, la sessione GNOME alla vecchia maniera, ossia tramite il buon vecchio server X.Org (premendo, nella schermata di login, sull’ingranaggio e poi scegliendo la voce “Ubuntu on Xorg”): si perdono alcune animazioni e un po’ di fluidità (si provi, ad esempio, il pulsante Show Applications in basso sul dock) ma, per il resto, sarà tutto uguale.

Inoltre c’è da tenere conto di un altro importante fattore: il parco delle applicazioni esistenti. Per fare uso di Wayland i client devono supportarlo esplicitamente, utilizzando le librerie specifiche, e tutto ciò comporta sempre la riscrittura di almeno una parte dei sorgenti e la relativa ricompilazione. Ora, data l’enorme massa di applicazioni per X Window che ci sono “là fuori”, è impensabile che tutte queste applicazioni possano essere modificate in poco tempo per supportare Wayland, anche solo perché ci sarà sempre qualcuno che non può, non vuoleo non vorrà mai – farlo. Per questo motivo, e in modo da continuare a supportare sia in via transitoria ma anche definitiva l’enorme parco di applicazioni X Window che esistono, Wayland porta in dote anche un server X Window fatto e finito, chiamato Xwayland. Xwayland viene lanciato per impostazione predefinita in ogni sessione Wayland proprio per gestire le applicazioni X11 che l’utente può voler usare. Niente di nuovo sotto il sole, comunque: si tratta di una soluzione già vista con XQuartz su macOS e con Xming su Windows. Il risultato netto è che, nello stesso ambiente desktop, convivono fianco a fianco applicazioni Wayland e applicazioni X11 in modo del tutto trasparente per l’utente finale che, a prima vista, non sarà neanche in grado di distinguere le une dalle altre. Tanto per dare un’idea della questione, l’applicazione desktop opensource forse più utilizzata al mondo, Firefox, tutt’ora non supporta Wayland e quindi gira in una finestra Xwayland, mentre quasi tutte le applicazioni native GNOME 3 girano già in finestre Wayland.

Inevitabili conclusioni

Questa 17.10 è ancora una release con qualche traccia di sperimentazione e che presenta delle piccole imperfezioni. Ad esempio, un paio di  piccoli difetti che ho trovato su una delle mie macchine sono che l’autologin non funziona, e che il server vino, ossia la condivisione desktop via VNC, funziona solo con le sessioni X11 ma non con quelle Wayland.

[L’autologin non funziona perché GDM tenta di aprire la sessione di autologin con Wayland, ma siccome Wayland fallisce (colpa del driver proprietario Nvidia, ricordate?), GDM non fa – erroneamente – il fallback su X.Org della stessa sessione di autologin, ma lo fa con una nuova e ordinaria sessione di login. Alla fine dei giochi ci si ritrova, dunque, di fronte alla normale schermata di login; da lì in avanti tutto prosegue in maniera regolare. Come workaround io ho disabilitato Wayland tout court (tanto non l’avrei avuto comunque…) andando a decommentare nel file /etc/gdm3/custom.conf la linea seguente:

WaylandEnable=false

Spero che questa briciola di informazione possa risultare utile a qualcuno…]

Un altro problemuccio è la “fissa” di Wayland di non voler accettare applicazioni grafiche di utenti diversi da quello che ha fatto il login. Per carità: la sicurezza è tutto e Wayland fa benissimo a fare così, ma la prima volta che farete “sudo gedit” ne riparliamo ;-)… qui c’è un ampia discussione sulla cosa e anche qualche rimedio.

Però… quest’anteprima di ciò che sarà Ubuntu nel prossimo futuro mi ha lasciato senz’altro un’impressione positiva. Ubuntu è – e probabilmente sarà ancora per un bel po’ – il modo più intuitivo, ordinato ed efficiente di sperimentare Linux su desktop. Dopo alcuni giorni di uso quasi esclusivo non posso che consigliare, a chi è interessato, di provare questa release 17.10 senza patemi d’animo: benché non perfetta, è comunque una distribuzione stabile ed usabilissima, anche grazie al fatto che ormai GNOME 3 è un progetto più che maturo. In sintesi, un ottimo viatico per la prossima Ubuntu 18.04 LTS, dalla quale mi aspetto che siano risolti i pochi inconvenienti riscontrati.

Ciao e alla prossima!

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